venerdì 1 agosto 2008

In difesa della vita di una zanzara chiamata Sartori

Sartori o c'è o ci fa. Sono ormai convinto che sia in preda a totale demenza senile senza ritorno. Il suo arsenale è vecchio, obsoleto, buono solo a fare buchi nell'acqua. Il Corriere di oggi offre la sua ennesima figuraccia in prima pagina. Non fosse in prima, non perderei nemmeno tempo a commentarlo. Mi chiedo con che coraggio si pubblichino ancora così enfaticamente le sue sciocchezze. Galli Della Loggia lo liquida con tre banalissimi argomenti, che mettono a tacere i soliti faziosissimi sostenitori del partito della morte.
1) Eluana non viene mantenuta in vita con chissà quali macchinari, semplicemente le si dà acqua e nutrimento. Se questo è "accanimento terapeutico" allora qualunque madre che dia il cibo ai suoi figli è una "terapeuta accanita".
2) Se anche E. avesse espresso qualche sciocco generico parere a 16 anni (e in merito c'è più di qualche dubbio), senza avere alcuna idea delle conseguenze su di sé, questo non avrebbe nulla a che vedere con la sua volontà di oggi.
3) Mettere questo sul piano dello scontro dei laicisti contro la Chiesa è ridicolo, dato che "sarebbe assai singolare se la difesa dei diritti della persona umana venisse lasciata solo alla Chiesa di Roma ed al suo magistero".

Essendo però l'ideologizzato Sartori sbattuto in prima (e fa proprio ridere nel giorno in cui in prima ci sta pure un bel pezzo di Ennio Carretto sulle marce indietro degli ideologizzatissimi liberal nei confronti di Allan Bloom), mi divertirò a smontarne pezzo a pezzo le infantili argomentazioni, che sembrano partorite dalla mente di un idiota che fa la parodia di un ragionamento intelligente.

1) S. parte lancia in resta col solito attacco contro "le gerarchie cattoliche" (sponsorizzando un attacco di un danaroso gruppuscolo di autoproclamati cattolici, ovviamente antipapisti: i Catholics for choice, che sappiamo essere solo un drappello di greci malcelati in un cavallo ligneo ormai cadente a pezzi). "Gerarchie"? Pensare che noi cattolici doc abbiamo sempre saputo che la Chiesa è gerarchica, ma che di gerarchia ce ne fosse una sola (lo recitiamo nel nostro Simbolo più importante). Si vede che siamo male informati.

2) In questo attacco, S. fa riferimento ad una "politica delle gerarchie cattoliche di opposizione alla contraccezione". Veramente il catechismo si oppone ai facili costumi, alla sessualità casuale, non alla pianificazione famigliare. Qui probabilmente sta buona parte dell'equivoco. Se in più aggiungiamo la sacrosanta cautela che la Chiesa mette quando c'è in mezzo la vita e la morte di un essere umano, il quadro è completo. La prudenza è sempre stata virtù della Chiesa. Pertanto, se il fine di una moderata ricerca di pianificazione famigliare è lecito, non tutti i mezzi sono buoni. Alcuni contraccettivi sono abortivi, altri ledono la dignità della persona, altri la mutilano e deturpano perennemente. Non per questo però diventa lecito accusare la Chiesa di vedere il sesso come unicamente finalizzato alla procreazione. Ma non posso pretendere che S. abbia preso in mano il catechismo, prima di sparare le sue ideologiche bordate.

3) Dopo queste prolusioni, accusa Wojtyla e Ratzinger di mettere sullo stesso piano aborto e contraccezione. Ma quando mai! E' proprio Sartori a fare questo stupido giochetto. L'aborto è omicidio, la contraccezione lo è solo quando è abortiva (spirale, pillola del giorno dopo, …). Ben diverso è eliminare una vita umana dall'impedirne la formazione, non c'è proprio nessuno che deve dimostrare a S. un bel niente, semmai è lui che deve indicarci dove mai la Chiesa farebbe questa ridicola equivalenza.

4) Come faceva già ai tempi delle sue battaglie sulla legge 40, a questo punto il vecchio S. tira in ballo san Tommaso e la presenza dell'anima razionale. Come se ancora oggi dovessimo considerare le idee di san Tommaso vincolanti in ogni nostra scelta. Il bello è che, sfrontatamente sprezzante verso il senso del ridicolo, S. ci dice che l'"anima razionale " per san Tommaso arriva "tardi", in vicinanza della nascita. Ben si guarda S. dal definire l'"anima razionale". Ben si guarda S. dallo spiegarci perché mai nel 2008 dovremmo attenerci alla parodia del pensiero tomistico che il S. stesso ci propina, non si sa bene a che titolo.

5) Quindi procede con il suo filosofeggiare d'accatto, spiegandoci che l'uovo non è la gallina e mangiando un uovo non commettiamo un pollicidio. Ah, grazie dell'informazione. Ma se uccidiamo un pulcino, stiamo uccidendo una gallina? Cambia qualcosa a livello concettuale se quell'uovo è fecondato e contiene un embrione di pulcino o no? S. non si pone il problema. Anzi qui, non pago, S. fa un bel salto nel vuoto senza paracadute. Lo cito testualmente perché è proprio inarrivabile. Avendomi dato dell'"assassino di galline" (colpa che non mi turberebbe comunque il sonno) perché ho mangiato un uovo magari non fecondato, mi dice:
Dunque, in teoria qualsiasi vita è intoccabile (anche quella dei pidocchi o delle zanzare), visto che la Chiesa spesso e volentieri confonde tra qualsiasi vita e vita specificamente umana.

No, scusate, ma qui è proprio da sbellicarsi. "Dunque" (nesso causale, ma con che cosa? boh). "La Chiesa confonde spesso e volentieri tra qualsiasi vita e vita umana". La Chiesa?? Ma grullo, se sei stato tu che ci hai appena detto che l'embrione umano è come quello del pollo, non è ancora umano finché è "sub specie" di embrione (lo dici tu, anche se lo metti in bocca alla "scienza", di cui non ti sapevo portavoce) . Ora rigiri la frittata ed accusi la Chiesa di sostenere le tue colossali castronerie? La Chiesa dice proprio il contrario! La vita umana, dal concepimento fino alla morte, è intoccabile, proprio perché non è una "qualsiasi vita". Ragazzi, quest'uomo dovrebbe proprio apparire in una commedia di Woody Allen o meglio di Ionesco.

6) Ce ne sarebbe già abbastanza, ma il nostro S., indomito, procede a briglia sciolta. Tira in ballo il caso Eluana. Ci dice che come "essere umano è già morto", ma la Chiesa, cattivona, le nega il diritto di morire. Impedisce di morire ad un morto? Com'è questa storia? Giochiamo con le parole? E' morta o no? "La scienza stabilisce che una persona è morta quando il cervello è morto, quando l'elettroencefalogramma è piatto e non rileva più onde magnetiche cerebrali". Ah. Ma allora Eluana è morta, almeno per la scienza che S. considera buona. Allora mi spieghi il S. la sua conclusione. "Poveri noi [poiché non abbiamo il testamento biologico che altri Paesi più fortunati consentono - chissà allora perché il caso Schiavo ha destato tanto scalpore negli USA!], e intanto povera Eluana".

Povera Eluana?? Ma come! Non era morta?

C'è libertà nell'Universo

Stephen Hawking, non l'ultimo piffero della Terra, nel suo The Universe in a nutshell sforna caterve di affermazioni interessanti.

Il determinismo positivista è morto da tempo, almeno da quando Heisenberg formulò il suo principio di indeterminazione che sconvolse la Fisica e Gödel frantumò la roccia della Logica dei Principia Mathematica di Bertrand Russell (causandogli trami dai quali il povero iperrazionalista non si è poi più ripreso).

Il principio di indeterminazione viene spesso equivocato. Ci dice, parlando dello stato di una particella, che quanto più ne conosciamo la posizione tanto meno ne conosciamo la velocità. Certi improvvidi divulgatori fanno credere che questo dipenda dall'influenza della nostra osservazione. No, le cose per il determinismo stanno messe assai peggio: si tratta proprio di equazioni matematiche, che della nostra osservazione se ne strafregano. Hawking ci palesa quanto la strada che va verso l'indeterminazione, una volta intrapresa, sia senza ritorno.

Il positivismo settecentesco, fatto di solide certezze che avevano la pretesa di spiegare integralmente l'Universo, fondava sull'illusione che ormai del mondo si fosse capito quasi tutto. Ancora poche formule ed avremmo avuto in mano l'equazione cosmica, un dio meccanico vergato su carta che avrebbe celebrato il funerale del Dio intelligente delle religioni. Oggi sappiamo di aver solo scalfito la superficie della conoscenza della struttura dell'Universo, eppure i tronfi Odifreddi e Carl Sagan continuano a cantare allegramente le lodi di una scienza che non ha limiti nelle sue possibilità di conoscere.

Per dirla senza mezzi termini, il Cosmo è proprio ben incasinato, tanto da spingere Hawking a citare il battito d'ali di farfalla di Jurassic Park, quello che scatena uragani dall'altra parte del globo, per toglierci ogni dubbio sui limiti della scienza. Senza nemmeno tirare in ballo complicazioni relativistiche, anche solo la "semplice" meccanica classica, quella di Newton, non è in grado di descrivere accuratamente situazioni in cui sono coinvolti più di due corpi, poiché le equazioni diventano tanto complesse da essere non maneggiabili (e quindi dobbiamo sempre accontentarci di approssimazioni, che ci sono comunque bastate per portare Armstrong sulla Luna).

L'idea positivista, a partire da Laplace, era che la scienza ci avrebbe dato il megaformulone che determina l'evoluzione dell'Universo, cui sarebbe possibile dare in pasto velocità e posizione di tutte le sue particelle, per poterne prevedere gli stati futuri, cioè grazie alla scienza avremmo potuto prevedere il futuro. E' chiaro come un Heisenberg, che ci svela come sia impossibile determinare contemporaneamente posizione e velocità delle particelle (e non per limiti nostri ma perché l'Universo è fatto così), già di tutta questa sicumera faccia polpette. Ma Hawking aggiunge anche qualcosa di nuovo. Ci dice che anche utilizzando equazioni quantistiche che considerano il complesso posizione+velocità (fa funzione d'onda di Schroedineger, una specie di vettore mediato che aggiri l'indeterminazione heisenberghiana), non risolveremmo nulla. Ancora una volta ci troviamo ad affrontare un'indeterminazione che va al di là dei limiti dell'uomo ma è insita nella struttura del Cosmo. Qualcuno si spinge persino a togliere la polvere da una delle vecchie "dimostrazioni dell'esistenza di Dio", quella della complessità del Creato, che il positivismo aveva ficcato in qualche angolo della soffitta. Dove io veramente ce la lascerei: l'idea di poter dimostrare l'esistenza di Dio cozza proprio con il punto finale cui voglio arrivare.

Ed eccoci dunque giunti al piatto forte. L'equazione dell'Universo non la possiede nemmeno Dio, ci dice Hawking commentando questo principio (che chiamerei della "indeterminazione generale", dopo quella ristretta di Heisenberg). Toh, la Grande Scienza ritira Dio fuori dal cassetto. E' un po' che ho letto il testo di Hawking ed improvvidamente non l'ho portato qui con me. Pertanto non ricordo esattamente se prima di quel passaggio, tra le varie bizzarissime ed affascinanti teorie su superstinghe, direzione del tempo, buchi neri multidimensionali, ecc., si possa ricavare qualcosa del pensiero religioso dell'autore. Mi pare di sovvenire che fosse possibilista ed assai meno ottuso dei vari divulgatori ateisti fatti con lo stampino, tipo i due citati sopra. E' vero che l'affermazione in prima istanza sembrerebbe una contraddizione negante: come potrebbe un Dio onnipotente non possedere gli strumenti per prevedere il futuro dell'Universo? Ma tale contraddizione è solo apparente. Il Dio dei cristiani e degli ebrei dice ad Adamo e ad Eva: "Avete voluto conoscere cosa siano il Bene ed il Male? Ora cercate di scegliere per il Bene (ed io farò la mia parte per aiutarvi), ma siete comunque liberi di scegliere il Male." Avete voluto la bicicletta? Mo' pedalate. Quale libertà, quale libero arbitrio avremmo se il futuro delle nostre azioni fosse del tutto determinato da quello che siamo in questo istante?

C'è voluta la mente del più brillante dei nostri scienziati per spiegare al mondo quello che l'Antico Testamento ha messo in chiaro da millenni. Che nell'Universo c'è Libertà.

mercoledì 30 luglio 2008

Hero

Ormai scafato da massicce dosi di papaje verdi, tigri, dragoni e concubine accommiatanti, pensavo di essere in grado di etichettare la nouvelle vague del cinema filmato all'ombra della grande muraglia semplicemente leggendone i titoli. Non che quei lavori mi fossero dispiaciuti, ma ritenevo di aver assorbito un numero sufficiente di spadaccini volanti, ventagli ed ombrellini di bambù, lame battezzate da ideogrammi, volti cerulei solcati da rossetti purpurei.


Forse è per questo che mi sono lasciato scappare Hero quando quattro anni fa è stato proiettato nelle sale. Zhang Yimou mi ha colpito fin dall'età liceale, quando registravo sulle VHS Sorgo rosso e Lanterne rosse. Non era solo il fascino esotico dell'Oriente, a catturarmi. C'era la spessa poetica dell'autore, la sua abilità nel ritrarre e comunicare gli aspetti profondi dell'animo dei suoi soggetti, pur senza tradirne l'imperturbabilità imposta dai cromosomi a mandorla. Mi immergeva in un mondo completamente estraneo, nel quale l'onore e tradizione erano i valori di riferimento, dove gli scambi verbali non erano numerosi né la forma di interazione privilegiata tra i personaggi. Il tutto catturato sulla celluloide con tocco genuinamente artistico, dando peso ai dettagli ritmici, fotografici, coreografici in quel modo essenziale, non hollywoodiano, eppure non dimesso che è proprio dei grandi talenti.

Pare che la fortuna di Hero in Occidente sia dipesa da Quentin Tarantino, che ne ha sponsorizzato l'uscita in America, in lingua originale sottotitolata, ottenendo un successo da primato per un film non anglofono. Il doppio DVD che ho per le mani, edizione italiana con contenitore metallico, contiene diversi interventi dell'autore di Kill Bill, che mi confermano l'idea piuttosto controversa che di lui mi sono fatto negli anni. C'è qualcosa di geniale in questo personaggio, e nel contempo vi è in lui una buona dose della classica ottusità del male. Resto convinto della ineludibile caratterizzazione somatica che, nel caso di Tarantino come in quello di Dario Argento, è inesorabile.


Negli inserti del DVD, Tarantino ripetutamente sottolinea quanto scettico fosse all'idea di assistere ad un film d'azione di Yimou, e narra di come i suoi dubbi si siano infine dissolti assistendo alla proiezione. Non gli viene nemmeno il dubbio che in Hero l'azione sia qualcosa di secondario, che il linguaggio di Yimou in fondo sia rimasto lo stesso di sempre. Definire Hero "film d'azione" è riduttivo ed offensivo, sebbene vi sia un'attenuante per Tarantino nell'intenzione.

Hero è la storia dell'incontro tra l'imperatore che 2000 anni fa unificò la Cina in un unico regno, ponendo fine alle battaglie che ne insanguinavano i territori, con un astuto ed abile assassino che lo vuole uccidere. Il tempo principale del film è tutto in questo incontro nel palazzo reale. I due parlano, e nel racconto dell'assassino viene rievocata la storia che l'ha portato fino all'interno di quell'iperprotetto palazzo. I vari flashback che si susseguono ci fanno rivivere gli incontri tra l'assassino ed altri tre nemici del futuro imperatore, due dei quali legati da una intensa relazione sentimentale. Durante la narrazione, questi incontri vengono rievocati in più riprese, dapprima secondo quanto l'assassino vuole far credere al re, quindi nel modo in cui il perspicace re capisce essere andate veramente le cose. Ogni evocazione presenta colori dominanti ben definiti (bianco, verde, giallo, ...) nella fotografia. Gli incontri contengono combattimenti di spada nello stile de La tigre e il dragone e di Kill Bill. A differenza di questi film, però, qui sono perfettamente funzionali alla poetica complessiva. Sono una gioia per gli occhi e nello stesso tempo non sembrano essere il fine di una pellicola che deve inventarsi una trama per presentarli. La differenza sembra sfuggire persino al protagonista, Jet Li, che nello speciale con Tarantino ripresenta la tradizione del film cinese di combattimento, da Bruce Lee in poi, quasi che Hero si inserisse in questa tradizione.

Hero è molto di più che una carrellata di combattimenti. Contribuisce, questo sì, a farci capire perché nella definizione arti marziali il termine arti non sia lì per caso. Ma il film starebbe in piedi anche privandolo completamente dei combattimenti. L'epica, poi, non sta tutta nella spada. Vi sono scene di massa memorabili. Le piogge delle frecce scagliate dagli arcieri sulla scuola e poi sulla porta del palazzo difficilmente non resteranno impresse nella memoria dello spettatore. Non per nulla questo è anche il film più costoso prodotto nella storia del cinema cinese.


Ma la narrazione dell'amore tra Cielo e Spada Spezzata costituirebbe di per sé materiale sufficiente a giustificare una pellicola. Il tema della calligrafia, dell'identificazione tra ideogramma e concetto, del lavoro richiesto per l'impadronirsi della scrittura assimilabile all'acquisizione di una filosofia, anche questo ripaga ampiamente il prezzo del biglietto.

Mi resta qualche velata riserva, della quale non sono comunque fino in fondo convinto. Mi pare che il messaggio di fondo del "sotto un unico cielo" sia un filo troppo retorico. Mi pare che questo messaggio sia necessariamente troppo gradito al regime totalitario cinese. Non ho un'idea precisa di quale sia il rapporto tra Yimou e la dittatura comunista oggi, dopo i noti attriti del passato. Lo spettacolo d'inaugurazione delle Olimpiadi lascia intendere che i problemi siano ben appianati. Credo che un Mussolini di oggi avrebbe alquanto gradito un'opera analoga ad Hero, trasposta nel contesto della conquista delle Gallie da parte di Cesare. Eppure questo toglie poco alla bellezza e completezza artistica del risultato.

venerdì 25 luglio 2008

In partenza

L'altra sera passeggiavamo sulla riva del lago di Monate. Il paesaggio era talmente suggestivo che non ho resistito. Pur avendo con me solo il telefonino, ho scattato qualche foto. Come previsto, non rendono nemmeno lontanamente giustizia, ma un'idea almeno la danno. Ecco la migliore.


Non viene tanta voglia di affrontare 9 ore di macchina per andare al mare, vero?

lunedì 21 luglio 2008

Vi sono diversità di carismi, ma...

La teoria proposta dall’amico Ric sulla selezione naturale delle civiltà nella sua risposta a questo mio post è affascinante. Sarebbe interessante fare un’analisi storica per metterla alla prova. Ho l’impressione che al variare delle fasi storiche otterremmo risultati contrastanti. Un bel laboratorio è forse la comunità europea di oggi. Mi sa che stiamo assistendo ad un’italianizzazione dell’Europa anziché ad una europeizzazione dell’Italia, quindi ad una decivilizzazione, ma è solo una discutibilissima impressione. Se poi ampliamo la scala a livello globale, mi sa che le civiltà scassate non siano proprio dei panda, semmai il contrario. Però può darsi che guardando bene all’insieme anche nelle civiltà più scassate siano in corso dei processi evolutivi e può darsi che situazioni come la degenerazione dell’Iran negli ultimi decenni siano solo un processo patologico destinato alla regressione. Sono comunque molto tentato di cedere all’ottimismo in questo campo, dato che tutto sommato credo abbastanza (irrazionalmente) nelle magnifiche sorti e progressive dell’umanità (manzonianamente aiutata in questo dall’alto).

Trovo interessante la sua provocazione sulla genetica. Non avevo nessuna intenzione di farvi riferimento e non ho capito perché vi ha accennato, ma già che ci siamo ci ho pensato su un po’. La genetica comportamentale è una nuova scienza che non è affatto imparentata con il razzismo. Stiamo uscendo dall’epoca in cui si tendeva a considerare, senza verifiche empiriche, che il comportamento dell’individuo fosse determinato dall’ambiente piuttosto che non congenito. Gli studi più recenti tendono a riconoscere che l’elemento più determinante nel valutare l’intelligenza di un individuo sia quello ereditario (ambiti: intelligenza generale, abilità spaziale, capacità del linguaggio), mentre per quanto riguarda il comportamento ci sia un’incidenza variabile ma approssimativamente paritetica di entrambe le componenti congenita ed ambientale. I dati sono esposti per esempio qui, testo del 2004, quindi recentissimo, nel capitolo “Nature and nurture”, p. 47 (guarda un po’, i risultati si ricavano grazie alle famose correlazioni di cui stiamo chiacchierando dalle parti di Ric). Avendo una vita in più sarebbe interessante leggere anche questo e questo. L’ambiente fa molto per quanto riguarda la cultura, ma a livello intellettivo (e quindi comportamentale) c’è poco da fare.

The overall conclusion is clear: if we are to understand the course of children’s development and the reasons why particular individuals become the people they are, we must take into account their hereditary make-up and appreciate the extent to which genetic factors play a part in determining behaviour”.

Non mi piace scrivere queste cose perché sono pienamente consapevole che possano essere utilizzate come anticamera di una delle pratiche più odiose e nefaste per la storia dell’umanità, quella razzista, e anche perché ho appena scritto in casa di Ric che sono piuttosto incline a giudicare poco affidabili i risultati delle scienze umane. Se però le diamo per buone, perché non potremmo estenderle ritenendo che anche a livello delle comunità l’ereditarietà dell’intelligenza comporti gli effetti macroscopici così evidenti nella diversità dei comportamenti e delle culture? E’ chiaro che ci sono parecchi fattori mitiganti, tra cui il fatto che le migrazioni ed innesti ci sono sempre stati, non so se più in passato che oggi, e quindi diventa ridicolo oltre che pericoloso sviluppare un idea di una “razza” o etnia integralmente migliore dell’altra, senza considerare che è evidente a tutti quanto persino nella stessa famiglia le intelligenze ed i comportamenti possano essere disomogenei. Però liquidare il tutto a tema politicamente scorretto dal quale tenersi lontani forse è infilare la testa nella sabbia.

Dunque, che conclusioni trarre? Abbandonare il napoletano a se stesso concedendogli leggi che gli consentano di vivere nel suo casino cronico perché questo è tipico della sua cultura oppure conseguenza del cervello che gli è dato dal ceppo genetico? Costringerlo con la forza pubblica a seguire modelli che non gli sono propri e mai lo saranno in nome della superiorità di una civiltà altrui?

Forse la strada migliore è quella indicata dalla Chiesa, sulla scorta di san Paolo:
“Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito […] a uno viene concesso dallo Spirito il linguaggio della sapienza; a un altro invece, per mezzo dello stesso Spirito, il linguaggio di scienza; a uno la fede per mezzo dello stesso Spirito; a un altro il dono di far guarigioni per mezzo dell'unico Spirito; a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di distinguere gli spiriti; a un altro le varietà delle lingue; a un altro infine l'interpretazione delle lingue. Ma tutte queste cose è l'unico e il medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole”.

Giovanni Paolo II commenta:

Ma occorre prestare attenzione anche a un altro punto della dottrina di san Paolo e della Chiesa, che vale sia per ogni specie di ministero sia per i carismi: la loro diversità e varietà non può essere lesiva dell'unità. «Vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore» (1Cor 12,4-5). Paolo chiedeva il rispetto di quelle diversità, perché non tutti possono pretendere di svolgere la stessa funzione, contro il disegno di Dio e il dono dello Spirito, ed anche contro le più elementari leggi di ogni struttura sociale. Ma l'Apostolo sottolineava ugualmente la necessità dell'unità, che rispondeva anch'essa a una esigenza di ordine sociologico, ma ancor più doveva essere, nella comunità cristiana, un riflesso dell'unità divina. Un solo Spirito, un solo Signore. E, quindi, una sola Chiesa!

Credo che anche una società globalizzata possa attingere allo stesso modello. Rispettiamo quello che c’è di buono nel napoletano e non disperiamo nella possibilità di trovare un’unità tra lui ed il meranese, o tra l’islandese e lo zimbabwese. Non abbiamo paura però di cercare in tutti i modi di far sì che ci sia un’unica Umanità, la quale riconosca volente o nolente alcuni principî ineludibili. (Nella piccola bottega italiana, il federalismo fiscale nulla toglie a questo intento e mi sembra un’ottima soluzione se finalizzato al rispetto delle diversità.)


Nella mia prospettiva, in questa ricerca non ci accontenteremo di cercare il minimo comune multiplo né avremo troppe preoccupazioni di tutelare i panda. Non avremo paura di confrontare gli esiti che i vari modelli proponibili comportano nel tenore di vita dei loro cittadini. Ricorreremo a feliciometri di vario genere per aiutarci nella selezione, consapevoli che mai avremo la risposta definitiva in questa ricerca. Non esporteremo i modelli a viva forza perché abbiamo da tempo imparato che questo è controproducente, semmai adotteremo quelle tattiche subdole ma efficaci, eminentemente pubblicitarie, che dagli anni ’40 in poi hanno americanizzato con successo buona parte del mondo.

venerdì 18 luglio 2008

Appunti di viaggio - Terme di Merano

L'esperienza altoatesina è unica.

Al di là della cornice indescrivibile, vi si trova un livello di civiltà difficilmente riscontrabile nel resto d'Italia. Tutto fuziona bene, tutto è ordinato, ogni dettaglio curato. E' il frutto dei fiumi di denaro elargiti dal governo italiano e ben spesi dalla provincia autonoma, indubbiamente, ma c'è qualcos'altro: una cultura civile radicalmente diversa da quella dell'italiano medio. C'è una compostezza nell'individuo di stampo teutonico, una rigidità dei comportamenti che a volte ci fanno sorridere, ma si traduce negli invidiabili risultati che colpiscono non appena si mette ruota in quei territori.

Il pragmatismo scevro di ipocrisie che qualche volta per noi sfiora la rudezza. Una meranese in sauna mi rimprovera in tedesco perché ho girato una clessidra in cui non sono scesi ancora pochi granelli di sabbia. Le obietto che ormai per me è praticamente completata. "No, mancano ancora 30 secondi alla fine." Dopo i 30 secondi, un "grazie" gentile, e esce. Quanti comportamenti di questo tipo, per noi così ridicoli, fanno parte di quella cultura? Eppure in fondo è grazie a quei comportamenti che c'è un abisso tra i paesi di impronta tedesca, ordinati, puliti, affidabili, "sicuri", ed il caos tipico che governa i popoli latini ed in particolare l'Italia.

I teatri, con i loro ricchi programmi, le terme in cui si riesce ad essere tranquilli pur tra centinaia di persone (cellulari vietati, sigarette vietate, non si mangia fuori dagli appositi spazi, ...), il cibo raffinato. L'erba è perfetta, ogni dettaglio è al posto giusto. I giochi per i bambini sono fantasiosi, accattivanti, stimolanti.

Annullamento delle ipocrisie che arriva all'ingenuità. Non c'è un topless nelle piscine e nel parco. Nelle saune invece tutti girano completamente nudi e con naturalezza. Chi indossa un costume, chi fa uscire un piede dall'asciugamanto rischiando di far cadere qualche goccia di sudore sull'abete, chi esce dagli schemi viene immediatamente ripreso dagli addetti. Ogni situazione prevede il suo comportamento, funzionale. Il risultato è che alla fine tutti stanno meglio (c'è una piccola eccezione nel malcostume universale di tenere occupati i lettini con gli asciugamani per ore, sia nelle piscine che nella zona wellness, ma non ho ancora trovato un posto al mondo in cui questo non accada).




Potrebbe un simile modello essere esportato? Funzionerebbe da noi semplicemente applicando più controlli? Io credo di sì, ma non credo che ci sia la volontà diffusa di percorrere una simile strada. Il lago di Monate è un piccolo angolo di paradiso. Purtroppo rovinato dal comportamento tipico dei beceri che fumano, gettano mozziconi, mangiano e lasciano piccoli rifiuti, schiamazzano, invadono. Forse già il far pagare un biglietto discriminante potrebbe risolvere un po' di questi problemi.

Ma c'è qualcosa che ancora sfugge. Anche le terme di Montegrotto che ho recentemente frequentato non hanno prezzi d'accesso tanto popolari. La clientela non era male. C'è tuttavia qualcosa nel contesto che fa una differenza abissale, e non solo la cornice unica delle montagne dolomitiche. C'è la cura dei dettagli architettonici, ci sono le strade in ordine, i negozi perfetti, la gente che ha cura di sé e dell'ambiente. C'è la tecnologia applicata ovunque con sistemi ben studiati. C'è la fiducia (alberghi che lasciano portare fuori asciugamani ed accappatoi senza controllo, cibo dato al bar sulla parola che pagherò ad una cassa lontana 500 metri, ...). Forse questo è il frutto di un regime fiscale assurdo, ma quanti altri paradisi fiscali in Italia che non raggiungono i risultati dell'Alto Adige? Già il pur ottimo Trentino, così vicino, è un altro mondo. Non parliamo della Vallé di Aosta. Se poi scendiamo in Sicilia...

Mi chiedono 16 euro al giorno solo per il posteggio dell'auto. Ma se è il prezzo per avere una Merano così perfetta, pago volentieri.

giovedì 10 luglio 2008

Che cos’è un uomo?

C’è sempre qualcuno che si arroga il diritto di stabilire se la vita di un’altra persona valga o meno la pena di essere vissuta. C’è sempre il Veronesi di turno che parla di diritti, di autodeterminazione, ben sapendo che si parla di stati in cui l’autodeterminazione non è esercitabile. Gli ingenui assecondano questi personaggi equivoci, senza nemmeno dedicare un secondo a considerare quali possano essere le conseguenze se certi limiti vengono superati.

Il bello è che questa gente è in genere la stessa che con leggerezza etichetta come “fascisti” provvedimenti (magari anche discutibili) o governi solo perché sono contrari alle loro idee. Senza tener conto che cifra del fascismo (mutuata dall’alleato nazista) era proprio il fatto che qualcuno stabiliva se altre persone fossero o meno esseri umani, se fossero o meno degni di vivere, se fossero o meno degni di vivere liberi. Queste tendenze sono – per usare un aggettivo ormai logoro – carsiche. Ogni tanto riaffiorano.

Quelli che le sostengono sono sempre abili a gettare fumo negli occhi degli sprovveduti. Tanto che usano mezzi come far morire una persona per fame in nome della loro umanità (già, ma per loro non è più una persona degna di tale definizione), accusando la Chiesa di essere poco umana. Il caso Terry Schiavo si ripete. Forse oggi è un po’ più difficile, almeno in Italia, tanto che arrivano ad aspettare la metà luglio per tentare di mettere in atto di soppiatto i loro propositi funesti. Speravano che fossimo tutti distratti? Oppure pensano di coglierci per estenuazione, a furia di provarci e riprovarci?

Nessuno abbassi la guardia. Certi varchi, una volta aperti, è molto dura richiuderli. La storia non si ripete mai, ma qualcosa comunque insegna.